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I loghi CAB

Manu si è messo davvero all’opera e a realizzato tutti questi loghi per la causa CAB.
Tutti da ammirare!

CAB’ 70

CAB ‘ 70, logo con il classico font da università americana

CAB’abbestia

CAB’abbestia, logo stile NCAA con mascotte e Bestia di riferimento

Simple Eagle CAB

Simple Eagle CAB, sempre stile NCAA ma con l’aquila

Eagle ball CAB

Evoluzione della Eagle CAB con forte riferimento al basket e all’aquila che richiama la C di CAB

Eagle ball CAB with text

Come Eagle ball CAB ma con le scritte per rendere più “capile” il logotipo

Oltre che da ammirare sono da votare e commentare. (se non altro per fare di nuovo i complimenti a Manu)




Un po’ di statistiche

Finite le partite del campionato ecco un po’ di statistiche per gli appassionati.

clic sull’immagine per scaricare il pdf


Flavio Tranquillo e Federico Buffa

Video trovati su youtube, Federico Buffa e Flavio Tranquillo ci parlano dei ruolo dei piccoli e dei centri nel basket, guardateli..

carini no?

Fonte:  R&B di SkySport


Le statistiche

Anche il blog si è preso un attimo di pausa dopo la fine del campionato, ma oggi torna a parlare di cose serie.

Sono disponibili infatti le statistiche dell’anno 2008/2009

 

Cab Stats

Clicca sull’immagine per scaricare le statistiche

Vorrei fare anche i complimenti al Dottor Burratti, vincitore (per un pelo) del temutissimo premio virgola.


Villi VIllany

Su facebook ha quasi 1400 amici e domenica era in seconda pagina sulla Gazzetta di Reggio..che dire di Villy Villani?

Sotto l’articolo sul quotidiano

Villy

Lo stakanovista dello sport. Ogni anno centinaia di partite.

Insieme a pochi altri ho contribuito alla nascita del basket per gli atleti costretti sulla sedia a rotelle


MONTECCHIO. Il suo mestiere è fare il maestro elementare, e lo fa anche bene, chiamato a coordinare il lavoro dei colleghi del distretto di Montecchio. Ma se chiedi a qualcuno in giro che lavoro fa Villy Villani, tutti ti rispondono: «Chi, quello di Sant’Ilario? Quello fa l’arbitro di basket». Da quand’era un ragazzino Villani ha cominciato ad andare in giro con un fischietto in tasca e con le scarpe da ginnastica nello zaino (prima) o nel baule dell’auto (poi). Perché quando sente il rumore della palla che rimbalza, subito salta fuori lui con la divisa grigia a mettere ragione fra le due squadre; poco importa che siano bambinetti o castagnoni da due metri e rotti. «C’è Villy», mormorano i giocatori al suo comparire. Un nome, una garanzia: la garanzia di avere a che fare con uno sportivo e non con un despota, con uno che conosce il basket come si conosce una persona di famiglia. Con uno col quale è impossibile arrabbiarsi, non importa che ti fischi contro o a favore.
Maestro Villani, perché proprio il basket e non qualche altro sport?
«E’ una storia che credo di non aver mai raccontato prima. Tutto è stato il frutto di un caso. Abitavo a Sant’Ilario, a quell’epoca un paese piccolo dove ci si conosceva tutti e si era amici. Per praticare sport avevo cominciato a fare l’arbitro di pallavolo, poi nel 1974 venne organizzato un corso per segnapunti e arbitri di basket. Fu così che in quell’anno mi venne proposto di provare a fare l’arbitro di una partita di pallacanestro. Accettai e da allora non ho più smesso».
Chi è stato il suo maestro?
«Dovendo fare un nome spendo quello di Savio Turci (arbitro di serie A fra gli anni Sessanta e Settanta, poi responsabile del gruppo arbitri di Reggio, morto nell’estate del 1986, ndr)».
Mi scusi, ma quando uno si dedica con una tale intensità e dispendio di tempo a uno sport che gli piace, non finisce per trasformarsi in missionario?
«Una bella domanda. Io credo di fare tutto questo anche per me, perché la pallacanestro mi piace ancora, ma lo faccio anche per gli altri, perché i giovani possano giocare senza farsi male e restando nel rispetto delle regole».
Lei è spesso protagonista di performance che sanno di fantascienza; come arbitrare sette od otto partite nell’arco di un fine settimana. Ma come ci riesce?
«Diciamo che ci riuscivo, perché adesso, alla luce dei miei 55 anni, di partite ne arbitro al massimo due in un giorno. Bisogna dire che fino ad alcuni anni fa le partite si giocavano in palestre vicine fra loro, ragion per cui una volta finita la partita delle 15 avevi il tempo di cambiare impianto per cominciare quella delle 17. E poi c’era quella delle 19 e così via. E la mattina lo stesso ragionamento valeva per la partita delle 9 rispetto a quella delle 11, salvo poi riprendere il pomeriggio».
Ma il fisico non l’ha mai tradita?
«L’importante era avere autocontrollo per non sprecare energie inutilmente. Nel corso di tutte queste partite dovevi avere omogeneità di rendimento, soprattutto nelle fasi finali, perciò dovevi tenere in serbo le energie per non restare a secco e perdere lucidità».
Ma fiato a parte, come è possibile mantenere la concentrazione per sette partite in meno di 48 ore?
«Indubbiamente qualche calo potevi anche averlo, ma sapevo approfittare dei momenti di relax delle due squadre per ricaricare le pile e ripristinare le energie che hai dentro».
Ha mai tenuto il conto di tutte le partite arbitrate nell’arco della vita?
«Ci ho provato, poi non sono più riuscito a fare le somme. Comunque, volendo ragionare molto per difetto, negli ultimi 35 anni ho arbitrato almeno almeno 150 partite per stagione. E forse anche di più».
Dica la verità, ma tanto amore per il basket non le viene forse dal fatto che ogni partita viene pagata? Non è che così lei si costruisce un secondo stipendio?
«Magari fosse così. Qualcosa può restarti in tasca ma non si tratta certo di somme che possono permetterti di viverci. E poi c’è tutta la parte del basket in carrozzina che è fatta totalmente di volontariato. Quando sei giovane fare l’arbitro di basket a questo livello ti permette di avere i soldi in tasca per andare al bar o al cinema. Niente di più».
Volendo trovare a tutti i costi un suo lato debole, non è che per caso il ruolo di arbitro le piace per bramosia di potere?
«Non è il comandare che mi piace, tant’è vero che i commissari che negli anni mi hanno esaminato mi rimproveravano sempre di cercare troppo il dialogo con i giocatori. Vado in campo per applicare un regolamento, non per fare il generale».
Ha avuto qualche modello da imitare?
«Turci che mi ha fatto da maestro, poi ho cercato di imparare il più possibile da figure come Sidoli e Claudio Mioni. Poi è venuto anche Taurino, ma lui fa già parte di una generazione successiva alla mia».
Le è mai capitato di desiderare di scappare da qualche partita? In altre parole, ha mai avuto paura?
«Certo che l’ho avuta, ma non a Reggio, che è ancora un’isola felice. Ci sono in giro campi non facili, come in Toscana, nelle Marche, in Puglia, in zone dove andavo fino ad alcuni anni fa. Ricordo perfettamente una brutta esperienza a Torino, dov’ero stato mandato per una quinta e decisiva partita di play off. Avevo il pubblico a trenta centimetri e mi sono sentito salvo solo quando ho richiuso alle mie spalle la porta degli spogliatoi».
Lei è anche uno degli arbitri più famosi in Italia per quello che riguarda il basket in carrozzina. Come è nata questa esperienza?
«L’avventura è cominciata con una partita dimostrativa molti anni fa al palahockey. Mi sono interessato alla cosa e in seguito ho seguito il corso per prendere il brevetto di arbitro anche per quelle partite. Eravamo in dieci in tutto in Italia, e le società davvero poche. Volendo, con un po’ di buona volontà, potevi anche salire di categoria, come è capitato a me. L’importante nel basket in carrozzina è possedere alcune doti precise, come non essere né arrogante né pietista. Quando un giocatore cade dalla carrozzina e tu gli tendi il braccio per aiutarlo, devi farlo senza aria di compatimento, che è il sentimento peggiore che puoi esprimere nei confronti di quei giocatori. Poco alla volta sono arrivato ad arbitrare fino alla A1, poi ho fatto anche una prova per diventare internazionale, categoria alla quale non avrei potuto appartenere stabilmente visto che il lavoro mi impedisce di allontanarmi da casa per più giorni consecutivi. In ogni caso grazie al basket in carrozzina mi sono mosso in giro per l’Europa, soprattutto in Germania e in Austria».
I suoi ricordi sono tutti rose e fiori, eppure proprio nel basket in carrozzina lei ha avuto l’incidente più serio della sua carriera. Vuole ricordarlo?
«E’ vero. Ero a Milano per arbitare una partita di A1 del basket in carrozzina. In una delle squadre c’era un giocatore che aveva problemi con la sua società di appartenenza e che per questo era parecchio nervoso. Ad un certo punto il mio collega gli fischia un fallo e siccome io ero più vicino chiede a me di segnalarlo. Io lo faccio e a quel punto il giocatore mi arriva di fianco e mi travolge con la carrozzina. A quel tempo le sedie a rotelle degli atleti erano tutte in ferro e pesavano molto; fu una botta tremenda, tanto che dovetti andare all’ospedale di Niguarda a farmi medicare. In seguito quel giocatore è stato squalificato per qualche anno. Poi l’ho incontrato di nuovo e ci siamo anche parlati».
Le ha chiesto scusa?
«No».
E perché secondo lei?
«Perché si tratta di persone che per praticare questo sport fanno sforzi notevoli, a cominciare da quello di uscire di casa, visto che la tendenza di questo tipo di disabili è chiudersi in casa. Quindi ci sono problemi particolari, non semplici da affrontare».
Nel campo del basket in carrozzina lei è stato un pioniere, dal momento che passa per essere uno dei creatori del minibasket in questa specialità.
«E’ vero, siamo partiti quando esistevano solo tre società: a Reggio, Parma e Montecchio Maggiore in provincia di Vicenza. Grazie alla collaborazione reciproca adesso le società sono arrivate a otto».
Villy, al suo nome risulta iscritto uno degli episodi più incredibili che possano accadere a un arbitro. La designazione rocambolesca per una partita di un paio di serie superiori alla propria categoria e l’uscita dal campo in mezzo agli applausi. Vuole ricordarci quel pomeriggio memorabile?
«Devo essere sincero, non ricordo precisamente come ci sono arrivato, a quella partita. Però è successo questo. Eravamo all’inizio degli anni Ottanta e a Reggio giocava oltre alle Cantine Riunite anche la Pallacanestro Fornaciari. Una domenica pomeriggio in cui mi trovavo libero da altri impegni, andai al palasport per vedere la Fornaciari che doveva giocare con un’avversaria di rango, mi sembra la Jadran di Trieste. A quell’epoca io avevo l’abilitazione per la serie D, mentre quella partita era almeno di serie C, se non addirittura di B. Sta di fatto che all’orario previsto per l’inizio della partita, dei due arbitri ancora non c’era traccia. Probabilmente avevano avuto qualche incidente durante il viaggio in macchina. Trascorso il quarto d’ora previsto dal regolamento, i dirigenti delle due società si interrogavano sul da farsi. Fu qualcuno della Fornaciari che mi notò in tribuna e propose il mio nome: “Perché non lo chiediamo a Villani?”, disse, allargando la proposta ai friulani. La partita era importante, tuttavia padroni di casa e ospiti si trovarono d’accordo nel giocare ugualmente, possibilità per altro prevista in caso di problemi agli arbitri designati. Un dirigente venne verso di me e mi chiese se per caso avevo con me le scarpe da ginnastica, la maglie e il fischietto. Domanda quasi provocatoria, perché tutti sanno che il materiale da arbitro io lo porto sempre con me, nel baule dell’auto. Senza troppe perplessità accettai l’incarico, pregando le due società di avere pazienza con me, intanto perché di solito arbitravo in un’altra categoria ma soprattutto perché mi sarei trovato da solo ad affrontare la partita, quando nel basket di solito si fischia in due».
E come andò a finire?
«Andò a finire che arbitrai alla grande, tanto che alla fine ricevetti i complimenti di tutti e due. Non ricordo neppure se vinse la Fornaciari o quell’altra squadra. Un’altra giornata particolare l’ho vissuta qualche tempo dopo a Novellara, dove venni designato per il mio esordio in serie C. Era la partita decisiva contro una delle più forti del girone, il Derthona. Francamente mi sembrava una scelta poco felice quella di mandare me, cioé un reggiano, ad arbitrare una squadra di Reggio in una gara decisiva. Comunque ne uscii sereno e tranquillo».
Quanti fischietti ha consumato in una carriera così lunga e soprattutto così intensa?
«Quelli di ferro che si usavano una volta duravano tantissimo. Ne avrò cambiati non più di 4 o 5. Poi sono venuti quelli di plastica e ogni anno lo devi sostituire».
Senta, ogni anno lo sport reggiano premia un sacco di persone, quelle che hanno dato di più ai vari sport impegnandosi a promuoverli sul territorio o facendo diventare Reggio importante in Italia e all’estero. Con tutte le migliaia di partite che ha arbitrato, non si sente di meritare qualcosa anche lei?
«In effetti credo di avere fatto davvero qualcosa, soprattutto per quanto sono riuscito a organizzare nel mondo del basket in carrozzina. Quindi se un giorno ci sarà qualcuno che vorrà darmi un premio lo prenderò volentieri, altrimenti pazienza, ne farò a meno».